La mia maratona. Di New York.

ad Elena, amica cara

 

 

Dalla bassa....

Sull’aereo, a partire dalla piccola Bologna, già le avvisaglie di quanto mi aspetta. Qualcosa mi dice che non sono solo io ad andare a NY. E a fare la maratona. Un discreto numero di persone di diversa stazza, età e sesso in tenuta da maratoneta veryprofessional, della domenica, alla vorreimanonposso,  in scusateseiolhogiàfatta!, finto casual o hoconsumatolamagliaaforzadisudarcidentro, occupa con indifferenza(!) le prime postazioni del check in. Abbasso lo sguardo: una parata di scarpette da corsa delle migliori marche occupa i piedi dei miei eroi; i più tosti le hanno logorate quanto basta per farci ancora 42 km e rotti. Qualcuno esagera facendo stretching con nonchalance o addirittura improvvisando una corsetta sciolta (alle 5 del mattino? del venerdì? mi son persa qualcosa?). L’unica che li considera ahimè sono io, rigorosamente in borghese, lo zainetto col logo girato al contrario perché non si veda. Non è per snobismo, è che mi piace fare la mosca quando viaggio da sola - anche in compagnia, ma è più difficile - e il mio look alla sex&city della bassa padana mi fa sentire più neutra.

A Francoforte altri maratoneti europei si infilano nei vari gates e sono tutti molto, molto ma molto più easy di noi, come si dice. A bordo dell’aereo per NY una hostess annuncia che si partirà in leggero ritardo; un gruppo di 30 persone provenienti da Bologna manca all’appello.

Ma come? E dove sono finiti i miei compagni di viaggio? Avevamo più di due ore per raggiungere il gate. In effetti non li ho visti nella sala d’imbarco, boh!

Ed ecco che cinque minuti prima della chiusura dei portelloni arrivano i nostri, trafelati, con gli occhi fuori dalle orbite, incazzati neri, spiegando che erano andati esattamente dall’altre parte (di Francoforte presumo), che non se ne può più di queste agenzie che sbagliano a scrivere le istruzioni, si va beh i monitor, vatti a fidare, insomma piove governo ladro, dai va là, mettiamo che abbiamo fatto un altro allenamento. E si parte.

In volo ascolto le loro chiacchiere, non ho mai fatto una maratona e non sono mai stata a NY. E sono molto, molto emozionata; davvero non so cosa mi aspetta. Mi sarò allenata bene? Avrò mangiato il giusto? Mi verranno i crampi? E le ginocchia reggeranno? A sentir loro prenderei scarpette e bagagli e me ne tornerei indietro e neanche di corsa; dicono tutto e il contrario di tutto quindi passo e chiudo, mi infilo i tappi nelle orecchie e dormo.

Atterriamo in perfetto orario, non sono riuscita a vedere un bel nulla, la skyline, dov’è la skyline?

Affronto il passport control ed eccomi benestariata su un taxi che puzza di cumino e curry, invaso da una musica araba che mi tormenterà per più di un’ora, guidato da un signore decisamente poco socievole. Ma chi se ne frega, sono a New York!! Vorrei avere mille occhi (ma non le orecchie, questa musica mi uccide!), sono immersa nel traffic jam dei film, le case sono quelle dei film, le strade, le macchine, la gente, tutto è come nei film.

E poi la vedo, Manhattan è sullo sfondo, di fronte a me. Mi viene un groppo in gola, è davvero meravigliosa. Io questa città me la farò tutta di corsa, spero. Non ci posso credere, farò parte di un grande evento.

Arrivo all’albergo, prime questioni col tassinaro al cumino, ma via, giù, lascio perdere, sono a New York…..

 

 .... a New York

Arranco con il vitello in spalla - la mia sacca da viaggio media, quella grande, la vacca, è a casa grazie a dio - sulle scale d’ingresso dello Sheraton NY & Towers che di altisonante ha solo il nome; un crocevia di passaggio polveroso, con una patina di lusso decadente e superato, invaso da centinaia di persone, managers, assistenti di volo, piloti, runners e pare, si mormora, uno dei top runners, il favorito della corsa, un etiope di cui nessuno sa pronunciare il nome. Vago da una reception all’altra sempre col vitello in spalla – qui non mi si fila nessuno porca miseria – e finalmente approdo al desk dell’agenzia italiana alla quale mi sono affidata. L’addetta cui mi rivolgo mi scruta in tralice, non sono bardata a dovere, una no logo, mmmhhhhhh, cliente da poco, questa non verrà alle Niagara Falls 250 € tutto compreso, né a Washington D.C. 300 € all included, vuoi scommettere? Scommettici, scommettici che ti andrà fatta bene. Anyway, con cortesia mi da la chiave, 17° floor, miiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!

Salgo: nella hall del piano c’è un rombo in sottofondo. No, non può essere il vento che soffia nella trombe di salita. Fossero mai i cavi che scorrono in guide malandate? Peggio mi sento. Ma chi se ne importa! Sono nella Big Apple, allo Sheraton, sulla 7th avenue, a tre passi da Brodway, a due dal MoMa, a uno dal maledirmi perché non riesco ad aprire il vitello. A casa ho avuto la brillante idea di chiudere la sacca con una fascetta, niente lucchetti, se controllano il bagaglio sbragano tutto, una fascetta con una forbice vien via subito. E come faccio che la forbicina è dentro? Provo ad intaccarla con tutto, anche con i denti, ma alla fine affranta ricarico il vitello in spalla e ridiscendo nella lobby, ritorno al desk italiano a chiedere aiuto. Copro l’imbarazzo con qualche amabile facezia ma mi guardano niente affatto divertiti. Uno degli operatori, silenzioso come una mummia, procura una forbice, taglia la fascetta e alla mia ennesima facezia risponde con sguardo silente ma inequivocabile: prendi la sacca e fila!  Occhei, basta dirlo, filo. Via, via!

In camera ci sono i segni della presenza della mia compagna di stanza ma lei non c’è. Chissà come sarà, speriamo bene, cinque giorni con una piaga non me li merito proprio. Poi penso che chi sa affrontare la fatica per raggiungere un obbiettivo non può essere così male e me ne esco, vado a prendere il pettorale!

Di fronte all’albergo partono i bus che portano direttamente al Marathon Expo, che sta nel quartiere degli affari, vicinissimo a Ground Zero. Un pensiero triste mi attraversa la mente, per un attimo vorrei che questo fosse davvero solo un film.

Suvvia, sei a New York, i capelli al vento, lo stesso che arruffa le chiome dei divi, anche se in maniera assai più sapiente, circondata da atleti di tutte le nazionalità, alla conquista del tuo diritto a partecipare alla più bella maratona del mondo! Salgo sul bus e via, ci fermiamo immediatamente. Il traffico è anche peggio di come lo immaginavo, sono quasi le sei di sera, è tutto un tripudio di luci e colori, suoni violenti e chiacchiere sommesse. Sono ubriaca di stanchezza ed emozione; questa città mi sta coinvolgendo, mi piace, mi stupisce. Un italiano delle mie parti (maratoneta off course) commenta con la moglie “ mo sorb’la, sti americani saran poi buoni a tutto, ma le rotonde non han micccca imparato a farle!!” E come dargli torto?

Arriviamo all’Expo, è enorme, ci sono migliaia di persone ma tutto è organizzato alla perfezione e conquisto il mio pettorale con estrema facilità, senza fare fila. Orange wave, corral 56, bib 56-480. Controllo che nel set ci sia il D-tag, la fascetta blu col microchip che attaccata alle stringhe della scarpa, consentirà di accertare i tempi e la corretta conclusione della corsa; siamo tutti più o meno preoccupati di montarla correttamente, che non sia difettosa e insomma speriamo bene, proprio a me deve capitare quella che non funziona? E poi qui funziona tutto.

Mi riempiono le mani di gadgets, depliants, enervit di qua, bevande schifose di là, chips 100% fatless (?), pacchetti e sacchetti a cui ne aggiungo altri, visitando (e non solo) lo store, gigantesco, che vende articoli sportivi per runners. Mi stimo un sacco; faccio anch’io parte della categoria!

Basta, sono cotta, torno in albergo. Ancora la mia compagna di stanza non c’è, uffa, e quando la conoscerò?

Ridiscendo e vado a cercare del cibo; devo anche se non ho fame. Attraverso la strada e sono in un bar? self service? take away? restaurant? food shop? che è esattamente di fronte all’albergo. C’è di tutto: muffins grandi come funghi porcini in trofeo, dolci e stradolci, frutta intera e a pezzetti, fish & chips, italian pasta, chicken curry, international dishes. Look M’am, look, taste this and this and this one, i made it just for you. E bastaaaaaa! Decido per un’insalata, pane e acqua, manco fossi ad Alcatraz. Ma il cuoco mi solleva da ogni responsabilità: good choice M’am!

Ingurgito il cibo a forza, la testa immersa in mille pensieri, lo sguardo fisso avanti a me. Sono a New York….vorrei essere in ogni strada, immersa in ogni spettacolo, evento, fantasia della notte, parte attiva di questo brulicare, ma sono così stanca.

Buonanotte Grande Mela, domani è il day before e io devo essere pronta. La mia compagna di stanza ancora non c’è, pazienza.

L’emozione scivola via, affogata in un sonno di piombo.

 

The day before

Riemergo dal buco nero alle sei e mezzo del mattino; una figuretta leggera si aggira tra stanza e bagno. Do finalmente il buongiorno a Valeria, la mia compagna di avventura. Scambiamo due o tre parole e mi rilasso: è a posto, mi piace. Scoprirò che abbiamo alcuni, fondamentali punti in comune: indipendenza, entusiasmo, vestiario “borghese” no logo, insofferenza verso gli sboroni e wave di partenza, orange.

Ci scambiamo informazioni, dubbi, curiosità e via, ognuna parte per i propri fatti, lei molto più celermente di me, appuntamento per la conferenza pomeridiana pre-gara tenuta dal Boss dell’agenzia, da Linus, il famoso dj patito per la corsa, e Orlando Pizzolato, atleta professionista, due volte vincitore della maratona di NY.

Prendo un taxi, destinazione Ground Zero. Voglio togliermi questo pensiero, tentare di capire quanto è successo e di farmi capace della bestialità della tipologia vivente cui appartengo. E’ una bella giornata di sole, il vento è teso e freddo.

Anche questo è un film: sono sul set dell’orribile remake di Blade runner. Reti inaccessibili, traversi, blocchi di cemento nascondono le voragini dentro cui enormi gru immergono il becco in un fragore metallico assordante. Vago seguendo il quadrilatero e proprio non riesco ad immaginare quello che c’era prima, l’orrore, la devastazione, la morte. Meglio così, il mio malessere è più che sufficiente; impossibile dimenticare, rimuovere.

Fa freddo, tanto freddo, il vento mi punge la faccia; mi chiudo in uno dei posti dove si mangia la qualsiasi cosa alla qualsiasi ora e in qualsiasi modo.

Mi accomodo ad un tavolo single/double use, di quelli con il divanetto dalle sponde alte. Mi ripeterò ma è proprio come quelli dei film. Un cameriere giovane e gentile mi versa un bel bicchierone di acqua e ghiaccio e meno male, era proprio quello che mi ci voleva. Ma porca miseria, solo gli europei sentono freddo? Mi correggo: solo gli italiani? I newyorkesi son tutti in spadina, in t-shirt, felpa leggera, giubbino small, uno in canottiera!!!!

Affogo la mia inadeguatezza in una tazza di caffè americano trasparente ma caldo. Leggo il menù, trasuda grasso e calorie, faccio melina tra una fetta di bacon e un hamburger XXL e approdo su uno yogurt con cereali, pane e marmellata. Devo fare la maratona io! Ho bisogno di carboidrati, zuccheri semplici, sali minerali e magari di quel bel cappottino blu su cui ho buttato l’occhio mentre prendevo il taxi. Mangio guardandomi intorno affascinata, tutto mi intriga e continua a stupirmi. Il via vai della gente che entra ed esce dal locale è continuo, l’umanità sempre più varia. Tutti sono gentili e cortesi e tutti si fanno gli affari propri: questo mi piace enormemente, sto trasformandomi nella mosca che vorrei essere.

Me ne vado. Dove? Ma all’Empire, e dove altro? Supero il metal detector e mi allineo alla fila: ce n’è parecchia e toh, guarda un po’ chi ti incontro! Decine di maratoneti hanno avuto la mia stessa idea, sta a vedere che adesso qualcuno fa il disinvolto, si scioglie i muscoli e usa i paletti divisori per fare stretching. Mi distrae l’inconfondibile rumore di uno sparo. Resto immobile, apparentemente indifferente, lo stomaco sottosopra. Che  succede? Intorno a me la gente pare non essersi accorta di niente, la fila avanza, sento uno scalpiccio e arriva di corsa un individuo con l’elmetto da cacciatore alla Sir Finch Hutton (e sotto una bella camicia a quadri con gilè di maglina e jeans) inseguito da King Kong. Con uno travestito da King Kong, capito?!? Impreco in silenzio,  esprimendo concetti che lastricano la mia strada per l’inferno. I due improvvisano una scenetta per i turisti in fila, molti dei quali si fanno fotografare abbracciati al bestione. Finch Hutton mi ricorda un po’ un sagrestano, ha la stessa verve e la stessa voglia di fare del teatro, l’umano all’interno di King Kong è più a suo agio, almeno non fa vedere la faccia.

Tra un’amenità e l’altra conquisto l’86° piano. Che spettacolo, che sole, che scintillio d’acqua, vetri e metallo! Studio la piantina che ho comprato per soli 8 $ (!) e riconosco i grattacieli, i ponti, i monumenti più belli, storici e prestigiosi di NY. Il ferro da stiro, il palazzo dell’Onu, il Chrisler, Queensboro bridge, Brooklyn bridge. Verrazzano bridge. Mi mancano le ginocchia, è una linea indefinita all’orizzonte, le campate si intuiscono appena. Io da là devo partire, gesùmmaria, è lontanissimo. Ce la farò, i chilometri di corsa sono un’opinione mediata dai muscoli, suvvia, sei ancora e sempre a New York!! E parto per il 102° piano. Meglio l’86°, decisamente. Qui sono chiusa in un’angusta gabbia di vetro completamente tappezzata sui quattro lati da faccine che guardano obbiettivi in un tripudio di smile e cheeeeeese. Io non ho nessuno cui infliggere questa punizione e allora mi faccio spazio entrando non colpevole nella maggior parte degli scatti in corso, curioso ancora un e me ne torno in albergo, via Fifth Avenue.

Entro nel solito bar? self service? take away? restaurant? food shop? e compro due sandwiches, succo di frutta, acqua. Costa tutto uno sproposito. E lo credo: i sandwiches sono occultati per metà da un letto di insalata, carta forno, decorazioni internazionali. Quando me li impacchettano mi rendo conto che ho ordinato il doppio del previsto. Salgo in camera con il mio peso e trovo una  Valeria, super organizzata, già nutrita, riposata, chiahatempononaspettitempo. Ha già visitato mezza NY, fatto shopping, ficcanasato di qui e di là. La invidio, io non riesco a carburare e questo mattone che sto ingurgitando certo non aiuta. Comunque. Scendiamo nella lobby e andiamo alla conferenza.

In una sala enorme centinaia di persone sono già sedute in spasmodica attesa; la curiosità divora i maratoneti, soprattutto quelli alla prima esperienza e sia io che Valeria siamo tra questi. Ci sediamo in fondo, continua ad arrivare gente e finalmente i VIPS: il Boss dell’agenzia, Pizzolato, Linus e poi il rappresentante dell’Unicef, che raccontano la loro esperienza di atleti, amatori (della corsa), promotori. Non sto ad elencare nel dettaglio argomentazioni e consigli  ma certamente capisco cinque cose.

1°: chi caspita me l’ha fatto fare, accidenti a me e a chi non me lo dice!

2°: però, che bella storia, non vedo l’ora che inizi, alla mia età posso farne secchi un bel po’.

3°: bisogna mangiare pasta stasera e fare un’abbondante colazione a base di carboidrati e zuccheri semplici domattina, sino ad almeno 1 ora e mezza prima della gara. Sarà fatto, con grande sacrificio ma sarà fatto!!

4°: indispensabile sfruttare le centinaia di bagni chimici prima della partenza, anche quando non ce n’è bisogno. E senza storcere il naso!! L’imperativo categorico è partire empty. E poi io sono femmina e in quanto tale, impossibilitata a segnare il territorio come i maschi.

5°: meglio non assumere maltodestrine durante la corsa, provocano nausea e vomito e si sa, non sta bene. In mezzo a tutta quella gente poi.  E in ogni caso io mi dopo col parmigiano.

Raccogliamo notizie, suggerimenti, impressioni, gadgets e ognuna per proprio conto torna ad immergersi nella città tentacolare.

Shopping, shopping, shopping! Vago e rivago tra la 5^, la 7^, la 56^, Park Avenue, Times Square ma alcuni dei recommended shops hanno una fila interminabile, mi rifiuto, non per comprare per favore! Sono un po’ delusa, troppo lusso, troppa ridondanza, too expensive, ma dove sono le stranezze, le particolarità? Dovrei spostarmi a Brooklyn ma non me la sento e allora mi infilo nello store del MoMa e faccio del danno: portaoggetti a canguro, un cookie/trousse, anelli di plastica, baffi finti, insomma una montagna di stupidaggini. Mi sento meglio.

E adesso via, a caccia di cibo fit, elementare, semplice, il nutrimento dei campioni. 45000 maratoneti stanno vagando per la città in cerca di un piatto di pasta decente (e più cheeper del tuo, tiè!), di fette biscottate, pane, marmellata, yogurt, frutta.

Son d’accordo con Valeria e un altro eroe conosciuto alla conferenza che stasera andremo insieme a caccia di pasta e che ognuna farà scorta per la colazione. Parte la mangeremo in stanza, alle 4 del mattino, gesù! e parte la porteremo con noi, come da programma. Torno ancora una volta da Look M’am e compro una mezza tonnellata di roba, la più semplice che trovo, ignorando i suggerimenti diabolici del proprietario; per convincerlo a darmi del pane, del semplice pane, ci metto un quarto d’ora e meno male che la marmellata e il parmigiano li ho portata da casa!

Torno in camera stanca morta con il mio bottino e organizzo vestiario, scarpette, cibo, contenuto della sacca trasparente dei ricambi, la sola che potrò portare con me. Arriva anche Valeria col suo di bottino, sventolando il sacchetto del pane come un trofeo. Per la marmellata facciamo ai mezzi, ne ho portato anche per i santi padri, come diceva mia madre.

Con mani e attenzioni da mastro orafo prendiamo la mitica fascetta blu col microchip e la attacchiamo alle scarpette da corsa. Funzionerà? Non è che il mondo resterà all’oscuro del mio tempo? E se la finisco, la gara intendo, e non risulto da nessuna parte? Un’anonima a New York? Dopo il mazzo che mi sono fatta? Non ci voglio neanche pensare.

Mi si chiudono gli occhi dal sonno, il jet lag è inesorabile ma mi risistemo per la serata newyorkese. Non vorrei mai incontrare Sarah Jessica Parker e affrontare il suo sguardo compassionevole.

Sono le sette di sera è già vaghiamo alla ricerca del ristorante con la miglior pasta degli States. Ci hanno consigliato il Luna piena che, ovviamente, ha una fila da paura. Tutti, ma proprio tutti gli italian runners sono lì. Scappiamo e scopriamo un posticino, Pasta&Risotto si chiama, un nome un programma, a pochi metri dal Luna piena. E’ una specie di piccolo appartamento con quattro tavolini, due camerieri e due cuochi, uno nero come la pece e l’altro pakistano o giù di lì. Home made pasta!! Nella migliore tradizione italiana! Dobbiamo fare la maratona noi!!

Rigatoni al pomodoro e basilico (molto, moltissimo, una tonnellata di basilico!), insalata, sparkling water e, alle 20,30 ora di New York siamo già a letto. Domani sveglia alle 4,00 a.m., alle 5,00 partenza dall’albergo con i bus per Battery Park, poi battello sino a Staten Island, poi altro bus sino alle waves di partenza, verde, blu, arancio, sotto il Ponte di Verrazzano.

Sono sempre più emozionata e più stanca. Sprofondo nel mio usuale sonno di piombo immaginando una me grande come la statua della libertà che urla al mondo intero: I did it!!!!

 

The Day (run my dear, run!)

4.00 del mattino del 7 novembre 2010. Il Day .

Scattiamo in piedi come molle e subito accendo il bollitore in dotazione. Presto,  presto, acqua calda, molta acqua calda! Alla resa dei conti quest’impresa è una specie di parto e come tale va affrontata, che poi l’ acqua sia per il caffè è ininfluente. Preparate, nutrite e sciolte, così dobbiamo essere. In un batter d’occhio cacciamo fuori le nostre provviste e cominciamo ad ingurgitare cibo; Valeria è appetente e sveglia come un grillo, io sembro una condannata a morte. Apro lo yogurt ed esamino desolata i pezzi di frutta al fulmicotone e i cereali in chicchi grossi come meloni. Mando giù. E poi la banana. E poi il pane. E la marmellata. Lo zucchero semplice che mi perseguita da mesi. Sazia ma non paga condisco il tutto con una tavoletta di sali minerali. It’s over, non ci sta più niente.

Inizia la vestizione: manica corta o lunga? Pantacorsa short, medium o total legs? Farà caldo? Farà freddo? No, questo no, non mi dona; mica è obbligatorio essere atleta e cozza insieme. E il pile? Lo dovrò lasciare là, noooo, ci sono affezionata! Siamo pronte, belle come il sole. Insomma, si fa per dire. Abbiamo talmente tanti strati addosso da rivestire (è il caso di dirlo) lo stereotipo della ladra che esce quatta quatta dal camerino di prova dei grandi magazzini. Il sacchetto di plastica in dotazione per i ricambi con tanto di numero segnaletico certo non aiuta, ma fa tanto, tanto maratonetadiniuiork.

Decine, centinaia di maratoneti sciamano dalla hall nei bus, in un buio, freddo e limpido abbozzo di mattino. Il tragitto sino a Battery Park si svolge  in un silenzio carico di tensione; ognuno ripercorre mesi di preparazione, allenamento e alimentazione che, improvvisamente, diventano una sfilza di errori, di mancanze, di inadeguatezze. Mi ci gioco la sacca di plastica. Beh, almeno uno c’è. Io.

Arriviamo al terminal dei traghetti; adesso siamo centinaia e poi migliaia e poi decine di migliaia. E’ davvero impressionante.

A Staten Island lo sciame si divide nei diversi bus che portano alle waves di partenza, sotto il ponte di Verrazzano: ce n’è una fila infinita e ingurgitano gente a ritmo continuo. Noi italiani siamo un po’ tutti insieme, prezzemolini e caciaroni come vuole la tradizione. Io e Valeria ne acchiappiamo uno al volo subito prima che chiudano le porte e così restiamo in piedi. Se qualcuno si sogna di cedermi il posto faccio una scena. Non corro alcun pericolo, sono tutti impegnati a riposarsirilassarsidormicchiare. Tutti, tranne quattro bellimbusti del profondo nord che sbracati sul fondo del bus se la fanno, se la ridono e se la imprecano, distribuendo all’intorno perle di saggezza e dettagli della loro vita privata di cui, francamente, vorremmo restare all’oscuro. Terra inghiottimi, terra inghiottimi, terra inghiottiLI. Mi distraggo fotografando le casette di Staten Island che hanno portici e giardini addobbati alla Hallowen maniera. Sono stupefacenti; sembrano minuscoli set di film dell’orrore (lo ripeto: mi ripeto!): vedove nere, streghe e stregoni, mostri e mostrilli, ragnatele e fantasmi, ghigni di zucca, dolcetto o scherzetto. I bus ci scaricano, a frotte invadiamo i viali di accesso alle waves.

Per noi 45.000 e rotti funziona così: le ondate o waves sono tre, blu, verde, arancio e ognuna ha un suo spazio d’attesa attrezzato, in prossimità della linea di partenza. Ogni ondata è a sua volta suddivisa in tre diversi scaglioni di partenza, h9.40, h10.10, h10.40, che si basano sulla velocità dichiarata al momento dell’iscrizione, e/o sull’estrazione a sorte in base ad età, sesso etc.etc. Poi ci sono i corrals, recinti, che suddividono ulteriormente la massa. I top runners partono alle 9,00 e prima di loro gli atleti diversamente abili - tra cui c’è il mitico Alex Zanardi, come gli voglio bene!! - che sono i più veloci in assoluto.

Seguiamo le indicazioni ed approdiamo al villaggio arancione, proprio di fianco alle prime campate del ponte di Verrazzano. L’aria è tersa e pulita, il sole si preannuncia ma è ancora nascosto, non sono neanche le sette del mattino e fa un freddo cane. Nella piazzola principale ci sono toilettes chimiche, camion UPS x il ritiro delle sacche, stand della D&D che distribuisce bevande calde, ciambelle e muffin, schermo gigante e ahimè, un tendone di plastica non abbastanza grande per riparare dal freddo me e i miei 15.000 compagni d’avventura.

Tutt’intorno una piccola babilonia: chi dentro un vecchio sacco a pelo si sforza di dormire sdraiato tra aiuole e cemento, chi assalta la D&D per una bevanda calda e una ciambella indigeribile, chi, a seguire, le toilettes, chi si aggira con lo sguardo spiritato in cerca di chissà cosa, chi corricchia o si stira con poca convinzione e tanta strizza, chi come noi, esibendosi in una serie di contorsioni da manuale riesce ad infilarsi sotto il tendone e poggiare un sedere taglia 42 nello spazio di uno taglia 34. Mai viceversa. Io, nella fattispecie, anche sopra la banana della mia vicina (vicinissima!). Benissimo, sto più calda. Rannicchiata su me stessa vengo inglobata  nel formicaio e mi abbandono ad una scomoda catatonia. Il tempo passa, il sole si alza e comincia a scaldare.

Partono gli atleti disabili, partono i top runners e quasi non me ne accorgo, impegnata come sono a farmi una ragione di tutto questo, approfittando dei bagni con frequenza sospetta e cercando di capacitarmi che si, io sono capace di correre, devo solo ricordarmi come si fa.

Valeria mi saluta, un altoparlante chiama a gran voce la seconda ondata di partenza, quella delle 10.10. In bocca al lupo! In culo alla balena! Yes, you can! Io devo aspettare ancora mezz’ora, partirò alle 10,40. Sullo schermo gigante scorrono le immagini della gara in corso, i Top corrono veloci sull’asfalto, tra ali di folla plaudente. Sono una meraviglia della natura, piume leggere, folletti, fotogrammi. Groppo, groppissimo in gola.

I colpi di cannone annunciano le varie partenze; l’urlo dei runners si libera ad ogni via!, sulle sponde del ponte ballonzolano migliaia di teste, colore e motore di questa giornata speciale.

Annunciano la mia ondata, oddio. Seguo la scia verso i corrals, veri e propri recinti con tanto di paglia in terra. Mi sento un po’ bestia, ma passa subito. L’emozione è palpabile, densa come melassa e scalda, un combustibile che costa poco e fa, fa molto.

10 minuti alla partenza, la scia avanza, 5 minuti e continua, 3 minuti, sono ancora indietro ma non importa, c’ho il microchip! 2 minuti, 1 minuto, 30 secondi, riuscirò a correre?

BOOOOOOOM! Il colpo del cannone mi scuote dal torpore, urlo e rido insieme ai miei 15,000 compagni, cammino veloce verso la linea di partenza, la supero e si, corro! Ci riesco. E sto bene, benissimo.

Filo leggera su Verrazzano Bridge, il sole è alto in un cielo terso che fa da sfondo ideale ad un panorama di acqua e metallo che non scorderò mai. Intorno a me l’umanità intera è rappresentata in colori, vestiario, lingue. Un messicano corre hablando espanol al cellulare, un velo da sposa mi sfiora, Tina, Jimmy, Michael, Italia, GoHansGo!, Sweden, Paraguay, Cippa e Lippa (così li ho battezzati) in tutina leopardata, tengono il mio passo.

Non sono sola, non sono un numero, sono la tessera 56-480 di un grande puzzle e ne sono orgogliosa. Per me, per chi mi vuole bene e per Elena, amica mia cara e persa troppo presto, che corre al mio fianco e alla quale dedico la mia corsa.

Macino chilometri in scioltezza, non sono veloce, non lo sono mai stata, ma sono costante e tenace, come sempre. Minuti che diventano ore immersa in un grande spettacolo, il Marathon NYC show. Attraverso Brooklyn  strano quartiere, dando infiniti “cinque” a mani di tutte le razze, salutando italiamia, bellaitalia, ciaoitalia, stupendomi ogni volta dello straordinario calore che ci mette la gente nel sostenere me, Tina, Jimmy, Cippa e Lippa, la sposa che nel frattempo è stramazzata al suolo in preda ai crampi, ogni singolo partecipante alla maratona. Entro nei Queens, cambiano i personaggi, cambiano le costruzioni, gli spettatori aumentano e diminuiscono, numero stemperato da geografia e tradizioni, ma il calore ci segue, bel fiume colorato, vivace e pacifico che siamo. Registro immagini, sapori, odori, suoni nella mia corsa paziente; i riccioli di un ebreo ortodosso, un pompiere abbracciato da una maratoneta, barbecue, bigmac e tortillas, denti bianchissimi in una faccia nera, candies free, sorrisi di bimbi, scherzi di bimbi, givemefiveitalia!, musica dal vivo.

Ventuno km passano, tutto fila liscio, sono già a metà. Solo a metà! Non sono stanca, sto bene. Venticinque km… però. Sento che qualcosa inizia ad incrinarsi, per il momento è solo una specie di retrogusto. Faccio finta di niente e continuo, seguo la scia sempre e comunque. Il vocio della folla si uniforma in un brusio costante e fastidioso che non so più selezionare. Affronto la temibile, annunciata salita di Queensboro Bridge. Sono intorno al 30° km. E arriva la crisi. Il dolore si irradia sulle cosce, le gambe iniziano a cedere. I crampi, porca miseria. Ma forse no, non sono crampi, sarei già lunga distesa per terra, devo aver finito il carburante. Gli zuccheri semplici! Impreco tra me e stringo i denti, cominciando ad elaborare strategie. Quando il dolore si fa insopportabile cammino veloce, senza fermarmi, bevendo acqua e schifosissimo gatorade ad ogni rifornimento, vale a dire ad ogni miglio. E intanto mando giù due tavolette di sali minerali, malto destrine no grazie peggio di così non posso stare, un pezzullo di provvidenziale parmigiano infilato in tasca all’ultimo momento, un morso di banana acchiappato al volo. Quando il dolore passa riprendo a correre, al suo rimanifestarsi  cammino forte forte, bevo, impreco e ricomincio la mia teoria daccapo. Attraverso il Bronx e Harlem: due stazioni del mio personale calvario, alleggerito da una colonna sonora che muta ad ogni chilometro: musica latina ola chica!, blues, jazz, gospel. God bless you!. Qualcuno ci benedice e ci rammenta che siamo tutti fratelli. La do per buona.

Manhattan: 1st Avenue, lunga, infinita, smisurata. Ai lati la folla si fa sempre più fitta, ma applausi e incoraggiamenti ora mi affaticano. Mi sposto al centro della strada dove, curiosamente, si sta più in pace. Corro, cammino forte forte, bevo, impreco. Ancora e ancora e ancora. Finirà?

5ft Avenue: un italiano in vacanza mi urla che sono quasi arrivata, che ormai ce l’ho fatta. Bugiardo, non ci credo! Dove sono? Non vedo più i cartelli che segnalano le miglia. O i chilometri? Non ricordo la mappa, non so più niente. Però è tutto così bello, così particolare, unico. Ritrovo un po’ di forza e faccio un’entrata grandiosa a Central Park, salutando la folla che neanche la first lady. Ce l’ho fatta! Quasi. Mi deprimo quando incontro il cartello dei 40 km. Ma come, ancora 2 km, 160 e rotti metri? O 180 e rotti metri? La pendenza in Central Park è spietata. Resisto e resisto; so che il traguardo si vede solo agli ultimi metri, dietro una curva, fine agognata di questa interminabile salita. Corro, non voglio cedere, non qui. E invece cedo, verso la fine, ma cammino forte forte solo un poco, annuso l’odore della medaglia, ricomincio ad arrancare in una corsa decisamente poco elegante e ci sono. Alzo le braccia al cielo, passo il traguardo col cuore in tumulto poi mi prendo la testa tra le mani, incredula. Sono esausta ma non perdo niente di questo momento, registro ogni singola emozione; su tutte vince l’orgoglio che provo nell’essere riuscita a far funzionare al meglio questa mia testa balzana, ancora una volta sopperendo alle defaillances del mio corpo.

Elena, amica mia cara, hai visto? Ce l’abbiamo fatta! In 5.02.12 h. Non avessi avuto quel problema…rispedisco indietro il pensiero, bando alla stupidità, alla dietrologia da quattro soldi, oggi è un giorno speciale.

Una signora piccolissima mi salta quasi al collo e mi mette la medaglia, bravaitalia! Qualcun altro mi porge un telo termico e un altro ancora un sacchetto con acqua e cibo; inebetita cammino in mezzo ad un fiume di gente dolorante e sfinita con lentezza esasperante, cercando di guadagnare il mio camion e quindi la mia sacca. Eccola, finalmente. Con un’energia residua che non sapevo di avere faccio slalom tra mille zombie e risalgo la via, alla ricerca del bus che mi riporterà in albergo. Riesco persino a fare i gradini in maniera accettabile. Immersa nel traffico di NY mi cullo in un personale silenzio ascoltando le chiacchiere fitte della gente intorno a me. Ognuno smaltisce la giornata come può.

Arrivo in albergo e trovo una Valeria felice; anche lei ha concluso la sua gara con soddisfazione. Ci raccontiamo gioie e dolori schiantate sul letto, con parole rallentate dalla stanchezza che avanza, inesorabile. Ma siamo due toste, ai trucchi, ai costumi, chihatempononaspettitempo!

Stasera si va a cena in un bel ristorante, con portamento e aspetto come dire, provato ma elegante. E nel caso incontrassi Sarah Jessica Parker e le sue amiche, sarò io a guardarle dall’alto in basso, con aria compassionevole. Ho fatto la maratona io! Di New York! La più bella del mondo.

 

The day after

Un chiarore sospetto si insinua tra le tende, sarà mica mattino? Fachenonsiavero. E’ vero.

Mi muovo nel letto circospetta, come un bradipo, ascoltando le reazioni di ogni singola particella del mio corpo. Chi chiama aiuto? Ginocchia? Articolazioni? Piedi? Muscoli? Pigio un dito su una coscia come si fa per sentire se il latte è caldo, e non ululo di dolore. Evvvai!

Chihatempononaspettitempo è già vispa e arzilla e gironzola per la stanza sistemando questo e quello. Ma santa la miseria, come fa? Ci scambiamo l’elenco di tutti i dolori che non abbiamo, siamo due gran ganze, non c’è che dire. Io ganzissima perché sono più vecchia e quindi bisvalida, come le figurine.

Oggi personalizzazione della medaglia! medaglia!, MoMa, Guggenheim Museum, Tiffany, Abercrombie and Fitch, Banana Republic, Nike, Nike, Nike, fortissimamente Nike!!! Fondamentale trovare la forza residua per affrontare la città tentacolare e le fatiche immani dello shopping, attività che mi trova sempre preparata, a testa alta e con convinzione.

Valeria, che attira le confidenze di tutti i maratoneti dei dintorni, (sarà perché è pediatra e gli atleti un po’ bambini fifoni? Mah, chissà!) ha saputo che the day after, vale a dire oggi, in Central Park c’è un luogo deputato dove personalizzano la medaglia incidendo nome, cognome e tempo impiegato. Come perdere un’occasione simile?

A lettere di fuoco lo voglio inciso il mio nome e peccato non sia previsto un marciapiede su cui poter lasciare la mia impronta, come a Los Angeles. Scuoto la testa e scaccio la mosca fastidiosa della superbia.

Comunque, per sicurezza, ieri sera abbiamo chiesto informazioni a miss simpatia, un’addetta dell’agenzia che ci ha risposto con cordialità “in tanti anni che mi occupo di questa maratona, non ho mai sentito niente del genere!”

Ecco la conferma che volevamo, si va! Il tempo di scendere dal letto, raddrizzare la carcassa, adattarmi ai cigolii delle giunture, raggiungere il bagno e rendermi presentabile e Valeria è già bell’e andata e tornata col suo medaglione inciso, senza fare un centimetro di fila. Alla faccia di miss simpatia. Sono senza parole e si che le corde vocali sono le uniche parti di me ancora integre. Beata gioventù!

Scendiamo insieme in un incredibile mattino di piombo liquido, piove acqua ghiacciata che poi si trasforma in grandine. Con terrore retrospettivo penso a come sarebbe stato correre per 42 km con un tempo simile. Tira vento e fa tanto freddo, più del solito. Ho assolutamente bisogno di quel bel cappottino blu e magari di sciarpacappelloguanti tono su tono. Sarà mia cura procurarmeli.

Nella hall oltrepassiamo con passo elastico (false come giuda!) robocop, frankenstein, sua moglie, cosetta dei miserabili, la piccola fiammiferaia, uforobot,  gambadilegno, il gobbo di notre dame e il pirata barbanera.

Una piccola ma compatta corte dei miracoli che, trasudando acido lattico, si avvia sotto una pioggia impietosa verso il proprio destino. E tutti rigorosamente con la medaglia al collo. Fatto la maratona? Giusto per sapere. Cosa hai provato ma, soprattutto, chi te l’ha fatto fare? Mi esibirei volentieri in una falsa intervista alla Pitura Fresca, dopo il concerto dei Pink Floyd a Venezia ma Valeria mi riporta alla realtà; chihatempononaspettitempo, dai, ti accompagno a Central Park e ti faccio vedere dove sono gli incisori di medaglie, poi me ne vado per i miei fatti. Si tira su il cappuccio della giacca e via, sotto la pioggia? Grandine? Neve ghiacciata? Io no, non sono attrezzata e così compro un ombrello nero e poverello, solitario tra decine di i love NY, crazy for u, cuoricini, statue della libertà, empire e marathon NYC.

Raggiungiamo Central Park e attraversiamo ancora una volta la linea del traguardo, ora in disarmo. Tutt’intorno i segni della festa recente, transenne, palchi, festoni fradici di pioggia intorno ai quali lavorano gli smontini brothers restituendo ad una città unica il suo quotidiano. Valeria mi strappa una foto con medaglia al collo e mise alla sex&thecity della bassa, the day after. Mi vergogno come una ladra ma son contenta, la foto è carina. Raggiungiamo il tendone degli incisori, c’è una fila lunga come l’ergastolo. Così imparo a darmi una mossa.

Valeria mi saluta e se ne va, mi gioco la medaglia che quando ci rincontreremo stasera avrà fatto le ultime spese, raddrizzato un paio di quadri al MoMa, spolverato la biglietteria del Guggenheim, offerto una spalla su cui piangere ad un centinaio di maratoneti in crisi d’identità, interrogato le postazioni internet della Apple sulle nostre performances, sventolato la medaglia incisa sotto il naso incredulo di miss simpatia.

Affronto stoicamente la fila mescolata a cosetta dei miserabili, molti robocop, qualche gambadilegno e a parecchi fenomeni, i blade runners, così li ho ribattezzati. Sono baldanzosi sotto le intemperie, inossidabili come replicanti, a capo scoperto, la pioggia che gocciola su visi impavidi e occhi lucidi oltre che d’emozione anche per qualche linea di febbre.

Dentro al tendone la solita, perfetta organizzazione: un’impiegata accoglie, chiede nome, cognome e bib number, legge la velocità e trasferisce il tutto agli incisori per soli, solissimi 20 $. Che nel mio caso si trasformano in 20 € visto che chissà com’è ho finito i dollari, non si può pagare con la visa,  l’impiegata non conosce il tasso del cambio e quindi non può darmi il resto. Che disdetta! Ma 20 € vanno bene lo stesso, thank’s a lot. Impreco ma via, sono  a New York, nella città più organizzata del mondo, crocevia di culture, regno del business, fiera di aver dato un’impennata, per quanto non spontanea, al PIL statunitense che aveva giusto bisogno del mio contributo.

Esco nella pioggia con la mia medaglia incisa, molto orgoglio e due sacchetti di maglie marathon’s finisher che mi è proprio toccato di comprare. E’tardi, il Guggenheim è lontano, piove ancora a dirotto quindi rinuncio, mi rifarò al MoMa domani, prima di partire. Tanto qui ci ritorno, questo è certo.

In un andirivieni incessante entro ed esco da tutti i negozi della 5th e della 7th avenue tranne che da Abercrombie & Fitch. La fila fa il giro dell’isolato e molte piccole fiammiferaie attendono infreddolite di scaldarsi alla vista dei commessi del negozio, il più sfigato dei quali pare che abbia la tartaruga anche sotto la pianta dei piedi.

No, non fa per me, decisamente. Gioco alla snob della bassa e vado a risollevare l’economia da un’altra parte. Compro il cappottino blu, sciarpacappelloguanti tono su tono e, ora in perfetto stile niuiorchese, mi infilo da Tiffany. Solo per celebrare Audrey, non per altro. Giuro.

Tiffany è un luogo strano, particolare, probabilmente unico. Respirare non costa niente, così come l’ingresso. Tutto il resto non ha prezzo. Il tempio del lusso è sviluppato su quattro piani, ognuno dedicato ad una tipologia di gioielli e affini. Ovunque regnano la sobrietà, il buon gusto e la gentilezza. Gironzolo per il piano terra, dove ci sono splendidi luccichini che mi attraggono inesorabilmente, gazza che altro non sono. Un girocollo impalpabile con la mia iniziale brilla di luce propria esposto in una vetrina di puro cristallo di rocca, sovrastata da un commesso che batte in eleganza e distinzione Sir John Gielgud . Mi do un tono e gli chiedo, in un inglese che spero accettabile, se il necklace è in oro bianco. Mi guarda (è pietà, compassione o incredulità quella che leggo nei suoi occhi?) e risponde nell’inglese fluente dei miei sogni, che nulla a che fare con il biascicare nordamericano: nooooo Madame, it isn’t. This is PLATINUM (pronunciato pladinooooom). Svengo adesso o dopo? Come glielo spiego a Gielgud Jr che vengo dalla strabassa padana? E che ancora non so che c’è un Tiffany anche a Bologna? E che certamente chi ci lavora avrà l’accento grasso e rassicurante del dottor Balanzone? Terrainghiottimi, terrainghiottimi, terrainghiottimi. Con un risolino stridulo e un idiota “oh, it is soooo nice!” ringrazio e fuggo al terzo piano, quello dedicato all’argento. Com’è come non è siamo tutti lì. Il piano è full, finalmente mi mescolo ai miei pari e sgomito tra altre cosette dei miserabili e qualche frankenstein con moglie. Ringalluzzite direi. Le donne in certi luoghi perdono un po’ il ritegno e io sono degna rappresentante della categoria. La commessa che mi assiste è giovane, bella, elegante, denti d’avorio candido e pelle nera nera. Oltre a rifilarmi un ricordino che da solo costa come l’iscrizione alla maratona, mi regala una gran soddisfazione. Ma dove ho preso quel meraviglioso set sciarpacappelloguanti che indosso? Ma a New York mia cara! Oooooooh, ma dove e quanto costa? Le dico luogo e prezzo e lei, sgranando gli occhioni, mi dice che è davvero too expensive.

La commessa di Tiffany. A New York City. A me. Che vengo dalla bassa. Non ci credo. Dovrei vergognarmi, ecco cosa dovrei fare. Ma non mi vergogno e col mio pacchettino minuscolo me ne vado, regalando un sorrisone a Gielgud che, squisito, mi saluta con un cenno del capo. La classe “non si sciacqua” come diceva sempre Elena, amica mia cara, che da Tiffany non ci sarebbe mai venuta, neanche se l’avessi supplicata in ginocchio sui ceci.

New York mi riavvolge nella sua stretta gelida, ottimo incentivo a rifugiarsi in cerca di calore nei suoi anfratti, negli shops, mega stores, antri di lusso, locations di favole, set di movies visti e rivisti, dispenser più o meno automatici di cibo, di strada, di palazzo, di isolato. Stretta nel mio cappottino blu immagazzino immagini che ora, nella mia memoria, si sovrappongono, in un ammasso di colori e suoni rutilanti.

La corsa frettolosa di un’impiegata in camicetta e tacchi alti che stringe tra le mani il sacchetto del take away, incurante del freddo. Le ali svolazzanti della giacca di un manager che parla a due cellulari, uno per orecchio. L’alterigia di una vecchia signora troppo elegante in fila al baracchino del chicken curry, una fila interminabile nella quale il mondo intero è rappresentato. I vapori che escono dai mille sfiati della città verticale. Tre enormi sederi che caracollano su stivali a stiletto. La facilità di essere come si è e l’ininfluenza delle pose. Il blu, le mille tonalità di grigio, l’acciaio, il nero, il bianco interrotti da spennellate di colori accesi. La Carnegie Hall che è così brutta ma che racchiude in sé tesori di cultura. La memoria dell’hero sandwich, il panino offerto agli emigranti che sbarcavano sui docks un centinaio d’anni fa. Il frastuono dei martelli pneumatici a Ground Zero. L’incredibile numero di runners che ha invaso la città. L’incredibile numero di runners italiani che ha invaso la città…….

 

….ritorno alla bassa

Il vento, freddo e impetuoso, aumenta d’intensità  e mi trascina, letteralmente, nella girandola infernale dell’acquisto inutile ma necessario. Poco c’entrano il tal marchio, la fede in un’etichetta o nell’altra, qui ci si addentra nel territorio variegato delle categorie del pensiero occidentale.

Immagino gli sceneggiatori di quei film americani che sbircio sempre con occhio scettico. Alla tastiera del loro computer, ingiallita dal fumo, il bicchiere colmo di qualche porcheria in bilico sul tavolo macchiato, pigiano ferocemente sui tasti per descrivere un mondo così distante dal mio, dalla mia amata Europa, vecchia e incallita dalla troppa storia. E così orgogliosa della sua diversità e dei suoi calli.

Vive la difference! dicono i francesi, ma questa è un’altra storia e c’entra poco con l’evento sportivo. Perché, in effetti, corriamo nelle maniere più disparate, ma corriamo. Tutti. Questa è una bella comunanza, fatta di miriadi di diversità. Ma cosa penso? E perché penso quello che penso? Dev’essere il vento che mi stordisce, lo stesso che disturba la quiete dell’Hudson e si insinua nella corona della statua della libertà, scompigliando le mie idee e i miei capelli.

Dopo una cena quasi normale fatta di chiacchiere per sole donne, io e Valeria torniamo in albergo. Miss simpatia giace sfinita e in disarmo  come il suo desk, confusa tra carte e avvisi stropicciati. Frankenstein e la moglie si aggirano traballanti  nella hall, gli occhi ancora pieni d’emozione, la medaglia sempre rigorosamente al collo, vestigia di una giornata memorabile. Saliamo al nostro 17° piano, senza più badare al rombo costante del vento? delle guide malandate? nella tromba dell’ascensore. Domani si torna alla bella Italia, questa eternità è finita.

E l’indomani si presenta in un baleno. Ai trucchi, ai costumi!! Quando mi alzo Valeria ha già finito la valigia, riordinato tutt’intorno, spazzolato la lunga chioma, già sulla linea dello start per fare quelle millecinquecento cosette prima della partenza. Ci salutiamo, è stato un buon incontro. Mi rammarico solo che non sia un’ortopedica, avrebbe trovato una cliente affezionata.

Su, su, su, il MoMa mi aspetta! Ripristino il mio look niuiorchese nascondendo quello basso padano in valigia e mi ritrovo ancora una volta avvolta nelle spire della città. Anche oggi è una splendida giornata di sole e allora sorrido. A chi? A nessuno, sorrido e basta.

Una terribile sorpresa mi attende. Il MoMa è chiuso. Sissignori, il martedì è chiuso. Sfogo la mia rabbia nella libreria annessa, sfogliando tutti i cataloghi disponibili e lacrimando su quello che mi sono persa. E già che ci sono comperando cose di cui ho assolutamente bisogno: un libro centrotavola  da cui spuntano mazzi di fiori intagliati nella carta, il food book, mille sculture da farsi con frutta e verdura (come ho potuto vivere senza sin’ora?), palle di neve, un campanello artistico per la bici, delle fascette da elettricista che sembrano foglie d’albero. Rinuncio al superfluo, un paio d’orecchini, uno fatto a topo e l’altro a fetta di gruviera, ed esco nel sole di mezzogiorno.

Gironzolo senza meta, il naso per aria, e mi ritrovo a Central Park. Cammino e cammino, lentamente, godendo di questo spettacolo metropolitano e straniero. Risalgo la strada ripercorrendo gli ultimi chilometri della mia corsa e mi lascio vivere. Molti corrono, altri pattinano, alcuni si baciano, un padre fa ginnastica con un gruppo di bimbi infagottati, uno in assetto alpino scia di fondo su rotelle (grandioso!), un uomo si muove al ritmo di chissà quale musica in un ballo armonioso, bellissimo, tanti leggono, mangiucchiano, prendono il sole, semplicemente passano il tempo.

E’ ora. Raccatto le mie cose e prendo l’auto blu (wow) simil taxi dell’albergo e vado all’aeroporto. Con largo anticipo secondo l’autista, appena in tempo in my opinion. E infatti. Il traffico è apocalittico, e ci ingloba. Su Queensboro bridge mi giro all’indietro; i colori del tramonto illuminano la città e gli spezzoni di skyline tagliati dalle strutture del ponte. Scatto foto orrende ma chi se ne importa, sto lasciando New York, la città delle apocalissi annunciate, del vero e falso, dei mille grigi di cemento e ferro, delle multietnie, della disperazione e della frenesia.

Il panorama si abbassa sino a diventare completamente piatto, alto come il fiume di macchine che scorre lento.

Arrivederci. Tornerò. Non ho certezze, le evito accuratamente, ma sento che tornerò.

E sono già a casa, nella mia bassa. Lepri e fagiani, unici spettatori delle mie corse solitarie, sentitamente ringraziano.

 

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